Effimere impressioni metropolitane

di Camilla Stecca

Segno-Impressioni Milanesi

venerdì 23 ottobre 2020

Zone: 9 - Stazione Garibaldi, Niguarda

Del suo passato come legatoria l’atelier Farini 36 conserva ancora le tracce, come testimonia la presenza della bianca pressa al centro dello studio, un tempo utilizzata per rilegare libri di vario genere. Il collettivo Latouche - alias le illustratrici Sonia Diab e Lavinia Fagiuoli– si occupa da un anno della gestione dello spazio, il quale, oltre allo studio di coworking si compone del laboratorio Bota Fogo, luogo matrice delle produzioni in ceramica di Isabella Secchi e Sara Banfi.

La musica jazz in sottofondo concilia l’atmosfera onirica volutamente ricreata dalle artiste, le quali ci invitano all’interno di Farini 36 per una vera e propria passeggiata immaginaria attraverso le vie di Milano, quasi servendosi dello spazio a mo’ di sineddoche della città stessa, in realtà appena fuori dalla porta. Il progetto “Segno-impressioni milanesi” nasce appunto dal desiderio di indagare la città di Milano, attraverso un’impressione materica - ottenuta con l’utilizzo di diversi medium artistici – delle tracce e dei dettagli protagonisti della “durata reale” – del tempo della coscienza – intima e personale delle artiste tra le vie della metropoli. Ciò che accomuna i lavori di Sonia e Lavinia è il connubio tra processo artigianale e digitale nella creazione dei loro lavori, che nascono come monotipi di disegni o collage, i quali però vengono perfezionati e duplicati attraverso la stampa digitale. Inoltre nelle stampe di entrambe è il bianco a predominare, scelta stilistica condizionata dalle caratteristiche del muro ad esse retrostante. Le sedici stampe di Sonia Diaz sono una vera e propria raccolta di elementi iconici della città: si intravedono chiaramente le vetrate museo del ‘900, le guglie del duomo, la Madonnina e l’ingresso del Cimitero Monumentale. Nei collage di Lavinia Fagiuoli – un connubio tra foto e frame dal film “La notte” di Michelangelo Antonioni - troviamo invece una vera e propria scomposizione dei singoli elementi simbolici, i quali risultano di difficile riconoscimento, quasi come se l’artista volesse proporre al fruitore la risoluzione di rebus.