L’insubordinazione della tipografia manuale

di Elisa Muscatelli

aPOSTERiori

giovedì 22 ottobre 2020

Zone: 8 - Fiera, Quartiere Gallaratese, Quarto Oggiaro

Lo studio Laboratorio Segreto si presenta come una piccola Wunderkammer contemporanea, uno spazio pop-up che apre attraverso libri e poster cartacei dei mondi nascosti dal sapore un po’ vintage.
Libri autoprodotti, ritagli di riviste, fototessere di una donna dal nome sconosciuto e caratteri mobili ordinati sul tavolo vicino ad un tirabozze riempiono il piccolo spazio su due piani. Sembra di essere racchiusi, o meglio, protetti, all’interno di un accogliente guscio cantastorie. È l’effetto collaterale dell’editoria indipendente, dei libri fatti con carta riciclata e poi rilegati a mano, fanno sentire a proprio agio, in una piccola bolla immune dall’imperativo globale dell’omogeneità.

Di fronte all’ingresso sono stesi – come se si trattasse di panni da asciugare e da far vedere al vicino con un certo interesse voyeuristico – quattro poster relativi al periodo pandemico. Gli artefici sono Palazzi.club, Librifinticlandestini e 5X Letterpress che, dopo essersi riuniti in periodo post lock-down, hanno creato dei manifesti visivi riassuntivi delle sensazioni provate. Una grande C alla Back to the Future primeggia in uno dei poster centrali, stampata manualmente su un grande manifesto bianco e circondata da disegni e vignette di temi medievali fatte a mano.
Un modo per ironizzare sul futuro-ormai-passato della stampa manuale, ma anche sulla situazione contemporanea data dal Covid, che per una volta, senza il peso di sentimenti di chiusura e solitudine, prende respiro tra lo spazio dei caratteri mobili (mobili, finché non vengono fissati con le calamite, così come mi hanno spiegato) e si rallegra della ritrovata unità. Ed è proprio una spinta ad un nuovo futuro, tramite una tecnica ormai demodé, l’obbiettivo che sembra trasparire dallo studio, un proposito supportato dal grande manifesto propaganda printing service Obey sul muro a sinistra. Un Laboratorio segreto che applica la disobbedienza verso la dittatura del digitale, del perfetto e dell’istantaneo, esaltando invece il processo lento, l’unione dei caratteri e il margine dell’errore che diviene unicità.